CORRIERE
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Don Bordone, un prete che dà la luce

VILLANOVA - «Prima di fare il prete, devi aiutare la gente». E’ questo lo spirito che ha spinto don Carlo Bordone, viceparroco di Villanova, a partire per il Niger per «dare una mano», come dice lui. Don Bordone, che oggi ha 72 anni e vive a Villanova, è nato a Villafranca d’Asti e ha cominciato la sua opera di religioso proprio da Villanova, dove è stato viceparroco per una decina d’anni, negli anni ’70. Poi è stato promosso parroco a Cisterna d’Asti, prima di “ritirarsi” due anni e mezzo fa. Una vecchia passione quella per il continente nero, che ha portato il religioso in Africa decine di volte. «La prima più di 25 anni fa - ricorda – L’ultima, la scorsa primavera: ho trascorso tre settimane a Bomoanga, un villaggio in mezzo al niente a 120 chilometri dalla capitale Niamey». Le foto di questo viaggio sono state esposte la scorsa settimana nella confraternita dei Batù. Cosa va a fare laggiù quasi ogni anno? Io non sono solo un prete, sono anche elettricista autodidatta e radioamatore: nei miei viaggi non vado a fare proseliti, piuttosto cerco di dare una mano ai missionari con il mio lavoro. Così installo pannelli fotovoltaici, antenne ricetrasmittenti, faccio piccoli lavori da elettricista. E dopo che me ne sono andato, la vita laggiù è un po’ più facile. E cosa ha fatto a Bomoanga? Prima di partire, ad aprile, avevo comprato per conto dei missionari alcune attrezzature elettriche da una ditta di Carignano e le avevo spedite laggiù. Però non c’era nessuno in grado di installarle e così ci sono andato io: ho allestito dei pannelli fotovoltaici nella missione e nell’unica scuola della zona. In questo modo i missionari e gli abitanti possono immagazzinare energia elettrica per alimentare le poche attrezzature di cui dispongono. Utilizzano delle batterie, tipo quelle per le auto, e fanno lavorare piccole pompe per i pozzi, oppure le usano per far luce. Come si vive a Bomoanga? Hanno poco niente: è un’area molto ampia abitata principalmente da pastori. Saranno 7-800, ma non c’è un vero e proprio villaggio, è tutto molto sparpagliato intorno ai cinque pozzi principali. C’è una missione con due preti della Società Missionaria per l’Africa. Non c’è neanche un medico, la scuola più vicina è a un’ora di macchina. Io sono stato in Costa d’Avorio, Burkina Faso eccetera, e pensavo di conoscere l’Africa, invece il Niger mi ha stupito: mai visto un posto così povero. Deve essere un bel salto, da Villanova... Già. Noi qui ci lamentiamo ma bisognerebbe vedere certi posti prima di parlare. Tutti sono poverissimi, nessuno ha niente. Laggiù i ladri non sanno cosa sono» E’ difficile adattarsi a una vita così dura. Non è facilissimo, specialmente per noi occidentali abituati a tutte le comodità. Un esempio: quasi non esiste la frutta. Hanno solo manghi. Pochi, per di più. E ci sono malattie tropicali molto pericolose, come la malaria. Eppure non si può dire che stiano peggio di noi. Sembra paradossale. No, perché la gente è serena, ci si aiuta, non c’è spirito di competizione e tutti lavorano per gli altri. Per esempio, la maggioranza della popolazione è musulmana, ma i missionari sono gli unici che hanno un’auto. Così fanno la spesa per tutti quanti, cristiani, islamici, animisti. Qual’è stato l’incontro più emozionante? Quello con i tuareg, che sono una popolazione nomade affascinante ma molto diffidente. Sono riuscito a “carpire” alcune foto, di solito non si lasciano ritrarre. Ma io sono vecchio e loro rispettano molto gli anziani, forse per questo me l’hanno permesso. Nonostante tutte queste avventure non sentiva nostalgia di casa? Ogni tanto sì. A Bomoanga c’è un solo telefono, e la gente fa un’ora di coda per fare una chiamata. Ma io riuscivo a parlare quasi quotidianamente con i miei amici nell’Astigiano. E come? Ho installato un’antenna ricetrasmittente, creando una piccola stazione radio. Anche adesso laggiù possono mettersi in contatto con me e possiamo parlare. E ovviamente la possono usare anche per motivi più seri. A quando il prossimo viaggio? Spero di ripartire l’anno prossimo, se l’età me lo permette. Sembra che ci sia del lavoro da fare in una missione in Angola..

Data 2009-09-24 , Torna indietro

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