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Ha radici chieresi l’antropologo Cesare Lombroso, di cui in queste settimane si ricordano i cento anni dalla morte. Era infatti nativa di Chieri sua mamma Zeffora Levi, che apparteneva a una delle famiglie ebree più in vista della città. Cesare Lombroso, cui alla nascita vennero imposti i nomi di Marco Ezechia, vide la luce a Verona il 6 novembre 1835. «Zeffora era nata nel 1814 – spiega Vincenzo Tedesco, conservatore dell’archivio storico comunale “Filippo Ghirardi” – In archivio abbiamo un albero genealogico dei Levi, che probabilmente fu redatto a due mani da Filippo Ghirardi e da Secondo Caselle». In base a esso risulta che Zeffora sposò a Verona Aronne Lombroso il 6 febbraio 1832. L’anno successivo nacque il primo figlio, Sansone Ercole. Ancora un anno, e vide la luce a Chieri Pasquetta, che morì prematuramente all’età di soli due anni. Ezechia Marco, soprannominato Cesare, nacque il 6 novembre 1835: a lui seguirono ancora due figli, Romolo e Chiarina, ma il documento non riporta le loro date di nascita. Il fatto che le famiglie fossero numerose era la regola, tra gli abitanti del Ghetto. Zeffora, che era la maggiore, aveva tre fratelli: abramo- Yacob (1817), negoziante; David-Graziadio (1820), macchinista; Marco-Angelo (1823), studente. L’indagine negli archivi compiuta in passato da Caselle e Ghirardi consente di conoscere anche i nonni materni di Cesare Lombroso: Ezechia-Giacob e Zara Levi. Risalendo ancora tra gli antenati troviamo un Davide Levi (1749), che fu “maire aggiunto” di Chieri (una sorta di assessore, durante il governo francese). Prima di lui, Moise Levi (1720), mercante di panni e stoffe. «Non sappiamo quale fu il destino di Zeffora Levi – segnala Vincenzo Tedesco – Il suo nome infatti non compare tra la ventina di quelli sulle lapidi del cimitero ebraico scritti con caratteri occidentali. Non posso però escludere che sia sepolta nel nostro cimitero, ma che il suo nome sia scritto in caratteri ebraici, o che magari sia stato consunto dal tempo». Cesare Lombroso compì gli studi universitari a Pavia, Padova e Vienna: come medico militare partecipò alla campagna contro il brigantaggio. Dapprima fu professore di clinica psichiatrica e di antrolopogia a Pavia, poi diresse il manicomio di Pesaro quindi divenne ordinario di medicina legale a Torino. Fu uno dei massimi studiosi della fisiognomica, una disciplina pseudoscientifica che pretende di dedurre i caratteri morali e psicologici di una persona osservandone l’aspetto fisico e in particolare il volto. Lombroso misurò la forma e la dimensione del cranio di molti criminali, arrivando a dedurre che questi portavano tratti anti-sociali dalla nascita, per via ereditaria. Ne conseguiva che per il criminale non era possibile la riabilitazione. Nel 1898 Lombroso inaugurò a Torino un museo di psichiatria e criminologia. Qui raccolse migliaia di reperti: circa 400 crani di delinquenti (tra cui il celebre teschio del brigante Vilella, nel quale scoprì l’anomalia causa della devianza criminale), corpi di reato, armi proprie e improprie, la “beata” (la forca di Torino, in funzione fino al 1865 all’omonimo “rondò”), e molto altro ancora. A proposito di Lombroso, c’è da segnalare una curiosità. Sebbene fosse un uomo di scienza, fu tra coloro che si lasciarono abbindolare dalla finta medium Eusapia Palladino. Lombroso, peraltro, fu in buona compagnia: a credere che la Palladino (1854-1918) avesse realmente dei poteri arcani ci furono anche lo scrittore Arthur Conan Doyle (l’inventore di Sherlock Holmes) e i premi Nobel Pierre e Marie Curie. Se Lombroso fosse vivo ancora oggi, sarebbe interessante quali deduzioni trarrebbe applicando le sue teorie a certi personaggi che vanno per la maggiore. Per limitarsi alla politica, ad esempio, chissà quale sarebbe la diagnosi di un fisionomico chiamato a esaminare i ministri Ignazio La Russa o Roberto Calderoli?
Data 2009-11-26 , Torna indietro
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