
Trentasei morti ammazzati, fuciliati lungo il muro dell’attuale piazza Cavour: terminò nel modo più crudo la “rivolta del pane” del luglio 1797. Una delle pagine più nere della storia chierese è raccontata dai chieresi Teresa De Marchi e Antonio Mignozzetti nel libro “Chieri, luglio 1797 - Cronaca di una rivolta” (ed. Mille, 14,50 euro), disponibile nelle librerie e nelle edicole della città. «Qualcosa s’era già scritto sulle sommosse che agitarono il Piemonte, e Chieri in particolare, a causa di una situazione economica drammatica – premette Mignozzetti, che ha già all’attivo altri libri dedicati alla storia e all’arte della città – Tuttavia la scoperta di quattro relazioni inedite, nell’“Archivio Bosio” conservato nella Biblioteca Civica Centrale di Torino, apre nuove luci sulla vicenda». Quale fu il contesto storico della rivolta? «Fu un segnale del malessere economico e sociale, maturato lungo il Settecento e aggravato, per le classi povere, dalla crisi che aveva colpito le campagne – annota lo storico Guido Vanetti, nella prefazione al libro – Sulla classe borghese pesò invece l’ostinata miopia della corte, che non aveva saputo o voluto vedere la trasformazione in atto nella società». La tensione crescente doveva esplodere. «Accadde in tutto il Piemonte, e anche a Chieri. La repressione fu cruenta ovunque, ma a Chieri più che altrove: furono 94 le fucilazioni che si registrarono in Piemonte, 36 delle quali nella nostra città». Teresa De Marchi e Antonio Mignozzetti raccontano quei giorni terribili, che precedettero l’invasione francese, ridando voce a quattro testimoni: «Lo storico Antonio Bosio acquisì per il suo archivio le carte e i libri del teologo e storico chierese Giambattista Montù. Proprio nel “Fondo Bosio” abbiamo scoperto quattro relazioni inedite». Due di esse sono attribuibili a Montù, una è del canonico della Collegiata Carlo Nicolini, la quarta è del frate domenicano di simpatie giacobine Vincenzo Delfino: della loro trascrizione si è occupata Teresa De Marchi. A Chieri la rivolta scoppiò il 24 luglio. Così Montù ne descrive l’esordio: «A ciurme a ciurme scesero dalle loro contrade questi bricconi, non so se più di 50 o 60, armati di coltelli, sciabole, pistole, tronconi (bastoni, n.d.r.), con altissime grida alla turchesca per ispacciarsi numerosi e spaventare massimamente la guardia militare stazionata in piazza vicino all’arco maggiore ». I rivoltosi ottengono le chiavi delle sei porte della città, catturano ostaggi e marciano verso il palazzo comunale, dove si impadroniscono di 150 fucili e munizioni. Verso sera creano un accampamento sulla piazza del Piano (piazza Cavour), e stilano un elenco di tasse da applicare sulla vendita di ogni genere commestibile. Inoltre ordinano agli ebrei del ghetto di restituire senza pretendere riscatto tutti gli oggetti che avevano ricevuto in pegno. All’inizio la borghesia chierese d’animo filo-giacobino guardò con favore alla rivolta: ma poi ne ebbe timore. E allora fu proprio la borghesia e organizzarsi, e a dar man forte alle guardie civiche. La turba degli insorti fuggì, ma nelle maglie delle guardie rimasero in 36. Il Montù li descrive «quasi più di vino che di sangue ripieni, e massime da tormentosi spauracchi tormentati ». A furor di popolo furono portati nella parte alta di piazza Cavour (all’altezza dell’attuale giardino del S. Paolo): lì erano stati piantati a terra quattro robusti pali. Quattro alla volta i condannati vi furono legati e passati per le armi: i loro cadaveri furono legati sul sagrato di S. Bernardino. «Da Torino arrivarono i complimenti di casa reale, insieme a un battaglione di 250 soldati: la rivolta fu stroncata senza remissione. I Savoia, però, ebbero poco tempo per godersi un ordine ristabilito a caro prezzo: Napoleone stava preparando le sue truppe».
Data 2010-07-02 , Torna indietro
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