
Quello che stiamo vivendo negli ultimi giorni è un episodio raccapricciante. La morte di Stefano Cucchi, le cui immagini terribili stanno facendo il giro del web, fanno riaffiorare vecchi fantasmi e situazioni della storia della nostra democrazia che si ripresentano in tutto il loro squallore.
Per chi non avesse avuto confindenza con la vicenda, ricordo che Stefano Cucchi è morto in ospedale a causa di gravi lesioni patite dopo aver passato una notte in carcere a seguito di un arresto per possesso di hashish.
La scansione dei fatti e le testimonianze della famiglia, unite all'incredibile documentazione fotografica proposta dopo l'autopsia, fanno pensare che Stefano Cucchi possa essere stato oggetto di maltramenti e violenti pestaggi da parte delle forze dell'ordine tali da causargli le gravi lesioni che poi hanno portato al decesso.
Ecco che una morte apparentemente casuale, così come l'avevano descritta le forze dell'ordine, imputando le lesioni ad una caduta e ad un episodio epilettico, diventa invece la pietra dello scandalo.
Stendendo un velo pietoso sul povero, ma davvero povero dibattito politico (mi sembra la guerra tra poveracci di pasoliniana memoria), molte voci si sono levate a ostegno di un'inchiesta sul decesso del giovane. Su "La Stampa" di oggi il Prof. Grosso invoca dure sanzioni per i responsabili e accoglie con favore la scelta della Procura di Roma di indagare per omicidio preterintenzionale. Adriano Sofri su "la Repubblica" si spinge oltre, chiedendo che venga contestato il reato di omicidio volontario, ricordando le crociate per contestare tale reato a chi investe ed uccide una persona guidando ubriaco un veicolo.
Non è il momento di aprire un dibattito sulla natura del reato da contestare a chi verrà individuato come indagabile dei fatti commessi. Il punto cruciale è l'aver stimolato un momento di riflessione sul ruolo delle istituzioni, in special modo quelle preposte alla tutela dei diritti dei cittadini. Nella struttura dello stato di francofona e rivoluzionaria memoria (Montesquieu), la divisione tra i poteri dello stato è utile anche perchè consente un controllo efficace ed efficiente di un potere sull'altro.
Il caso di Stefano Cucchi deve far riflettere perchè è un banco di prova importante per la capacità delle istituzioni di controllarsi a vicenda.
Non è passato molto tempo dall'ultima volta in cui in Italia è stato affrontato il problema. Per la verità non è stato affrontato in Italia, ma a Strasburgo, alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, nel merito del caso Giuliani, che ha visto i famigliari del defunto Carlo proporre un ricorso per la violazione di alcuni diritti fondamentali, tra cui quello alla vita, in seguito alla morte del giovane durante il G8 del 2001 a Genova per mano dell'agente Mario Placanica.
Orbene, tralasciando i dettagli tecnici del ricorso e tralasciando questioni di natura politico-ideologica, è opportuno ricordare che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia per la violazione del diritto dei ricorrenti ad ottenere un'inchiesta effettiva sulla morte di Carlo Giuliani.
In parole povere, l'Italia è stata condannata a risarcire la famiglia di Carlo Giuliani perchè nè la magistratura, nè eventuali inchieste parlamentari, peraltro mai aperte, sono state in grado di fornire risposte precise sulla morte del giovane. Quello che si chiama in giuridichese: mancanza di un'inchiesta effettiva, che volenti o nolenti, è una violazione dei diritti umani.
La notizia è passata quasi inosservata ad agosto, quando le motivazioni della sentenza sono state pubblicate a Strasburgo, ma avrebbe dovuto provocare un terremoto. Soprattutto politico, visto che c'era stata la manifesta volontà di tutti (condivisa bipartisan) di non indagare sui fatti di Genova.
La stessa cosa si potrebbe dire degli episodi alla scuola Diaz ed a Bolzaneto, buchi neri della democrazia italiana che ancora devono essere spiegati nei loro atroci dettagli.
Finora le istituzioni italiane hanno dimostrato di coprirsi a vicenda quando di mezzo ci sono vicende quali quelle che ho appena ricordato. Il motto è sempre stato quello che ha ribadito il nostro Ministro della Difesa l'altro ieri: indagare è giusto ma sappiate a prescindere che i Carabinieri sono stati corretti. Come dire, un'immunità assoluta.
L'approccio deve cambiare. Le istituzioni hanno ora la possibilità di invertire una rotta che anche autorevoli organismi internazionali hanno etichettato come sbagliata e lesiva dei diritti umani: la rotta del non liquet, del lasciar passare, del tabù delle forze dell'ordine che non possono sbagliare, ma non è detto che non devano.
La triste vicenda di Stefano Cucchi è un banco di prova decisivo. Che ci siano o no condanne, o che venga contestato quel reato piuttosto che un altro, saranno gli organi competenti a deciderlo. Quello che conta è che vi sia un'inchiesta. Severa, giusta, serena. In una sola parola: normale.
Di Spagnolo Data 2009-10-31 , Torna indietro
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