Moncalvo sotto i ferri
Inizia la battaglia al fungo killer per salvare i dipinti di San Domenico a Chieri
Si torna al lavoro. Dopo settimane di attesa, il restauro dei quadri del Moncalvo procede velocemente. Il cantiere si trova ora ad affrontare una fase cruciale e delicatissima per debellare la contaminazione biologica che, da mesi, mette in pericolo due opere di Guglielmo Caccia nella chiesa di San Domenico: si tratta della Resurrezione di Lazzaro e della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci.
Uno dei primi passi fondamentali è stato compiuto di recente: al dipartimento di Biologia dell’Università di Torino è stato identificato il fungo che ha attaccato le opere. Questo processo ha richiesto molto tempo. «Non sempre le colture fatte in laboratorio crescevano spiega il restauratore Perino – Abbiamo dovuto attendere l’analisi molecolare. Adesso sappiamo che si tratta di un fungo della cellulosa».
Nel frattempo, per limitare la diffusione del patogeno, è stata attuata una misura preventiva. «È stata creata una schermatura per dividere le due opere e rallentare la crescita del fungo sui quadri» prosegue il restauratore.
Il lavoro attuale si concentra sulla rimozione fisica delle spore, un procedimento estremamente meticoloso e dispendioso in termini di tempo. Gli operatori stanno utilizzando un aspiratore medicale dotato di un microscopio. Questo strumento è essenziale perché permette di monitorare in tempo reale quante spore vengono eliminate. Per garantire l’integrità dell’ambiente circostante e la sicurezza degli stessi operatori, questi ultimi lavorano in un regime di completa protezione per evitare qualsiasi rischio di contaminazione. «Abbiamo diviso il lavoro in turni di poche ore. Ci vuole molta concentrazione e ci diamo spesso il cambio» . Gli strumenti utilizzati non sono molti, ma fondamentali. Prima di iniziare il lavoro gli operatori indossano una tuta bianca, la mascherina e i guanti. Poi si avvia l’aspiratore e, aiutandosi con un pennello, si rimuovono le spore dalla tela.
Quanto ci vorrà? «Per terminare una prima passata con l’aspiratore sul davanti e il retro dell’opera sono necessari nove giorni di lavoro. Questo procedimento lo dovremo ripetere altre due volte, su entrambe le opere» . Solo al termine di questo estenuante lavoro con l’aspiratore si potrà procedere al trattamento chimico.
La fase successiva è molto delicata. Al momento, il team è nel pieno della ricerca per individuare il biocida più adatto. La vera difficoltà, tuttavia, risiede nell’applicazione.
«Generalmente i biocidi vengono disciolti in acqua – spiega Perino – Il timore è che l’eccessiva quantità di liquido possa danneggiare le opere. Se venisse messa troppa acqua le tele si lascerebbero andare e anche il colore ne risentirebbe. Dobbiamo quindi usare meno acqua possibile. Per favorire il completo assorbimento del biocida dovremo mettere i quadri in orizzontale. Questo implicherà una modifica strutturale al ponteggio allestito» . Poi? «Quando avremo finito di applicare il biocida e questo sarà penetrato nella tela, passeremo all’utilizzo dei raggi UVC. Questi ci permetteranno di capire se è rimasta della massa fungina in alcuni punti » . Nonostante la complessità dovuta alla massiccia estensione delle spore, l’obiettivo è terminare i lavori entro la fine di gennaio. «E’ un continuo work in progress. L’alternativa più drastica, sebbene indesiderata, sarebbe rimuovere tutta la parte del vecchio restauro».
Osservando il retro della tela si possono formulare ulteriori ipotesi sull’origine del fungo: sul lato destro ci sono macchie più scure, probabilmente le prime comparse. Da lì le spore si sono diffuse su tutta l’opera. Anche una minima infiltrazione d’acqua da un angolo della parete sarebbe bastata, ma nulla si può dire con certezza. I restauratori tengono sotto controllo anche il tetto della chiesa.
Dopo il restauro l’attenzione si sposterà sulla conservazione a lungo termine. «La soluzione è non riposizionare immediatamente le opere nella nicchia, ma tenerle distaccate. Ciò garantirà che la superficie dei quadri e l’ambiente circostante siano più arieggiati, riducendo così il rischio di nuove contaminazioni biologiche».
Anche questo passaggio non è privo di difficoltà: «Le opere devono rimanere comunque visibili da chi entra in chiesa. Per questo abbiamo pensato di creare una struttura che possa sorreggere le opere e che le tenga più distanti dalla parete. Creeremo un angolo maggiore tra un lato dell’opera e il muro. In questo modo, quando torneremo per fare i controlli a qualche mese di distanza, sarà più semplice controllare lo stato delle tele, senza dover montare nuovamente il ponteggio».