Tabasso ufficiale
Un riconoscimento del Presidente della Repubblica all’anima pecettese del Sermig
Il suo impegno con il Sermig, la creatura di Ernesto Olivero che lei presiede dal 2020, sono stati riconosciuti ufficialmente dallo Stato. Rosanna Tabasso è stata nominata Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, uno scalino in più di quello di Cavaliere. Un’onorificenza che per la pecettese, che ha 69 anni, è un traguardo collettivo, che sprona a investire ancora di più nella fraternità.
Come ha accolto la notizia del riconoscimento di Ufficiale al merito?
Mi sono molto stupita. Il pensiero più forte, che si è imposto su tutti gli altri, è stato sentire la responsabilità di cosa rappresenta. Al Sermig ci siamo sempre detti che ricevere un riconoscimento equivale a rinnovare un impegno, a scegliere di viverlo con ancora più slancio e determinazione.
Quale è stata la motivazione dell’onorificenza?
Ho ricevuto il riconoscimento non a titolo personale bensì come attuale responsabile del Sermig. Dunque è un riconoscimento che va a tutto il Sermig: anzitutto alla Fraternità della Speranza, composta da sposati, da singoli, da monaci e monache, da sacerdoti…, a tutte le persone che hanno messo in gioco la loro vita, ai volontari che donano il loro tempo, agli amici che ci sostengono con ogni tipo di aiuto necessario.
Quale impulso dà per iniziative future?
Avere conquistato nel tempo la fiducia della gente e delle istituzioni significa che il percorso intrapreso fino ad ora è diventato parte del tessuto sociale di una città, di un territorio, e anche della nazione. L’esperienza dell’Arsenale della Pace ha superato 40 anni e si è sviluppata anche in altri contesti. Quest’anno, in particolare, sono 30 anni che abbiamo aperto l’Arsenale della Speranza a San Paolo in Brasile, vent’anni che con l’Arsenale dell’Incontro siamo a Madaba in Giordania, 10 anni che l’Arsenale dell’Armonia si è insediato all’Eremo di Pecetto, 5 anni che siamo a Superga.
In un mondo in evoluzione, quali obiettivi e sfide vi ponete?
Seguendo gli insegnamenti di Ernesto sappiamo di dover investire sempre sulla Fraternità. Siamo una realtà civile, ma anche espressione di Chiesa. In questo terreno affondiamo le nostre radici e ritroviamo le motivazioni dell’impegno per la giustizia e la pace, della speranza, del servizio reso alle persone più fragili, della costanza anche nella fatica. Proteggere le radici resta per me il primo e principale obiettivo. Poi occorre consolidare ogni opera già avviata e restare aperti ai segni nuovi che il tempo che viviamo ci pone di fronte.
Rosanna Tabasso con Ernesto Olivero
Come è cambiato il Sermig negli anni? Da cosa è partito e dove è arrivato?
Nel 1964 un gruppo di giovani, con Ernesto e sua moglie Maria, hanno fondato il Sermig. Il loro scopo era sconfiggere la fame nel mondo, aiutando i missionari nei paesi più poveri del mondo. Negli Anni 70 il gruppo è cresciuto e ha promosso la nascita del Movimento Speranza per diffondere speranza con opere di giustizia e di pace. Solo negli Anni 80 si è orientato ad una scelta di vita più improntata sul Vangelo e sulla dimensione di vita fraterna. In quegli anni il Sermig, rifondato come Fraternità della Speranza, si è stabilito tra le mura dell’ex arsenale militare di Torino.
Come conciliare il volontariato con la burocrazia di oggi?
Il volontariato esprime una dimensione essenziale della persona, ovvero quella di donarsi gli uni gli altri nella gratuità. Questo è un bisogno inalienabile, va trasmesso, fa parte della cultura pedagogica alla base dell’educazione. Oggi al volontariato è chiesto di superare lo spontaneismo, organizzarsi, formarsi per dare qualità al servizio, inserirsi in una rete di collaborazione che include realtà che operano nel medesimo settore, servizi territoriali, istituzioni. È un tempo che chiede cambiamenti, ma la complessità non deve scoraggiare chi crede nella gratuità.
Quanti sono e da dove provengono i vostri volontari?
A Torino, all’Arsenale della Pace, si avvicendano un migliaio di volontari, che si alternano a turno, una o due volte a settimana. Con il Covid molti hanno lasciato, ma molti di più si sono uniti a noi quando è scoppiata la guerra in Ucraina. All’Arsenale dell’Armonia dell’Eremo di Pecetto operano invece un centinaio di persone, distribuite tra vari servizi: affiancamento ai disabili e ai bambini con malattie oncologiche in cura al Regina Margherita; aiuti nei servizi della casa, nell’orto e nella stalla. La maggior parte di loro proviene dal territorio, ma anche da Torino e provincia.
Quale è stato il traguardo del Sermig che ha sentito più suo?
Se mi guardo indietro, penso a ogni nuovo progetto a cui abbiamo dato inizio, e non posso fare a meno di ricordare la grande gioia che ho provato: penso ad esempio all’apertura della prima accoglienza per persone senza casa nel 1987, all’apertura dell’Arsenale della Piazza per i bambini del quartiere nel 2007, all’apertura della Scuola di Restauro 1994, piuttosto che l’Orchestra dell’Arsenale della Pace nel 2000 o più recentemente l’Emporio Solidale nel 2021.
Ci sono stati momenti di difficoltà che le hanno fatto pensare di mollare tutto?
Ho sempre visto la grande sproporzione tra ciò che sogniamo e che mettiamo in cantiere e le nostre reali forze umane. Se considerassi le mie, le nostre forze farei marcia indietro anche oggi, ma vivo tutto questo come un’esperienza di fede e credo nel fattore Provvidenza.
In un tempo dove la gente ha sempre più paura del diverso e rivolgere lo sguardo a se stesso, il Sermig come riesce ancora a diffondere la mentalità della fratellanza?
Siamo tutti figli della stessa terra. Le migrazioni hanno cause ben precise di cui tener conto: sottosviluppo, sconvolgimenti climatici, dittature, guerre. Capisco la paura di chi si sente sopraffatto, ma accogliere è una prova di civiltà e non possiamo rinunciare. Per accogliere è essenziale il rispetto per la dignità di ciascuno. A ogni persona accolta chiediamo un impegno e un comportamento adeguato ad una vita comunitaria. Ad esempio, la partecipazione a corsi di lingua e corsi professionali, per facilitare l’inserimento lavorativo.