Lettere e Opinioni
19 Marzo 2026
L’analisi di IOLANDA GAETA

Così soli, sottomessi e violenti

In questi giorni siamo chiamati a ricordare. Il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo non sono soltanto ricorrenze storiche, ma occasioni che ci invitano a fermarci a pensare. Il 27 gennaio richiama la Shoah e la persecuzione nazista. Il 10 febbraio è dedicato alle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata.
Eventi diversi e non sovrapponibili, ma attraversati da una stessa domanda di fondo: come può la violenza organizzarsi, diventare sistema ed essere accettata come normale da persone comuni?
Ricordare non significa solo commemorare le vittime. Significa interrogarsi sui meccanismi che rendono possibile l’orrore. La memoria, se resta un rito, rischia di non proteggerci. Se invece diventa pensiero, può aiutarci a riconoscere dinamiche che non appartengono soltanto al passato, ma che possono riemergere ogni volta che il pensiero critico si indebolisce e la responsabilità viene delegata.
È in questo senso che il pensiero di Hannah Arendt offre una chiave preziosa. Arendt, filosofa ebrea del Novecento, nel suo libro “La banalità del male” del 1963 non si concentra sull’idea di individui eccezionalmente malvagi, ma sul funzionamento psicologico di uomini e donne comuni che, in determinate condizioni, arrivano a partecipare a sistemi di violenza estrema.
Il male, nella sua riflessione, non nasce necessariamente dall’odio o dalla crudeltà, ma da un progressivo svuotamento del pensiero e dal venir meno del senso di responsabilità personale. Secondo Arendt, questo rischio riguarda in modo particolare l’uomo moderno.
Un individuo sempre più isolato, sradicato dai legami tradizionali, chiamato a essere autonomo, ma spesso lasciato solo di fronte all’incertezza, alla precarietà, alla perdita di senso. L’individualismo moderno promette libertà, ma può produrre solitudine psichica. Quando mancano riferimenti condivisi e la vita appare frammentata e priva di direzione, cresce il bisogno di appartenere a qualcosa che dia identità, ordine e significato.
È soprattutto nei momenti di crisi che questi processi si intensificano: le crisi economiche, sociali e culturali, ma anche quelle esistenziali, indeboliscono la capacità di tollerare il dubbio e l’ambiguità. Pensare diventa faticoso perché espone all’angoscia.
In queste condizioni il pensiero non viene negato apertamente, ma lentamente delegato. Si rinuncia a interrogarsi perché farlo fa paura e costringe a restare soli di fronte all’incertezza. È in questo vuoto che può emergere una figura capace di assumere una funzione centrale. Il leader non si presenta soltanto come guida politica, ma come punto di riferimento emotivo. Offre risposte semplici a domande complesse, promette protezione, indica confini chiari.
Aderire, sottomettersi, affidarsi diventano allora modi per colmare il bisogno di appartenenza e per ritrovare un senso che sembra perduto. Come osserva Arendt, l’adesione può trasformarsi in una forma di super senso, qualcosa che solleva dall’angoscia della scelta e dalla fatica della responsabilità individuale. In questo clima il conformismo non nasce tanto dall’entusiasmo, quanto dal desiderio di non restare soli.
I legami tra le persone si indeboliscono, la diffidenza cresce, il bisogno di sicurezza prevale sul bisogno di comprendere. Poco alla volta si impara a non fare domande, a fare come fanno gli altri.
L’adattamento diventa una strategia di sopravvivenza psichica. È cosÌ che l’Altro può essere progressivamente deumanizzato, non attraverso un odio immediato, ma tramite una trasformazione lenta e silenziosa. L’Altro diventa una categoria astratta, una minaccia, una funzione. Quando smette di essere percepito come persona, la violenza non appare più come tale. Può assumere la forma del dovere, della necessità, della normalità. Anche il linguaggio contribuisce a questo processo, svuotandosi di umanità e proteggendo dall’empatia. Accanto a questi meccanismi.

Psicologa clinica e psicoterapeuta, formatrice e supervisore educativo
www.iolandagaeta.it