Lettere e Opinioni
19 Marzo 2026

Dover morire senza una legge

Angelo Pellegrini

Gentile direttore,

pochi hanno ricordato che il 15 dicembre 2015 morì a Berna Dominique Velati, una donna di 59 anni che chiese pubblicamente aiuto per andare in Svizzera a porre fine alla sua esistenza. Fu una tappa fondamentali sulla strada del riconoscimento del diritto all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia.

Dominique Velati era una militante radicale, iscritta all’associazione Luca Coscioni. E soprattutto aveva un tumore in fase terminale. Non voleva entrare in una fase di terribile agonia con tutte le relative sofferenze, per sé e per le persone care.

In Svizzera, l’accompagnò Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni, le fornì informazioni, assistenza per le procedure e coprì le spese del viaggio. Si autodenunciò ai Carabinieri, esponendosi all’accusa di aver violato l’articolo 580 del Codice Penale, che punisce l’aiuto al suicidio con la galera fino a 12 anni.

Fu un gesto pubblico di disobbedienza civile per sollecitare il Parlamento italiano ad affrontare la legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale, depositata nel 2013 e mai discussa. Quel gesto portò a galla un tema controverso, divisivo, che aveva bisogno di uscire dalla clandestinità ed entrare nel confronto pubblico e istituzionale.

Negli anni successivi, numerose altre azioni analoghe hanno contribuito a produrre cambiamenti epocali. Il caso di “Deejay Fabo” ha condotto alla sentenza della Corte costituzionale del 2019, che ha reso non punibile l’aiuto al suicidio in presenza di precise condizioni.

Il caso di Davide Trentini ha ampliato l’interpretazione dei requisiti, estendendo la platea delle persone che possono accedere legalmente a questo diritto.

Eppure, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale, vi sono alcuni malati che hanno dovuto recarsi in Svizzera per porre fine alle proprie sofferenze a causa di interpretazioni restrittive delle condizioni stabilite dalla giurisprudenza.

Mi risulta che oggi in Italia siano aperti diversi procedimenti penali per chi ha accompagnamenti alla morte volontaria in Svizzera. Ricordo un uomo affetto da parkinsonismo atipico, diversi pazienti oncologici o affetti da sclerosi multipla.

Tutto questo ci dice che i giudici – volenti o nolenti – hanno trovato il coraggio di affrontare la questione e hanno trovato risposte attraverso le loro sentenze. I nostri politici no, non ancora. Fino a quando?