Nessun muro agli autistici
Gentile direttore,
l’articolo del Corriere “Creiamo una routine rassicurante” del 6 febbraio u.s. affronta il tema dell’autismo da una prospettiva sulla quale desideriamo proporre una riflessione critica.
La narrazione suggerisce che alcune persone autistiche, definite con “maggiori compromissioni”, non possano vivere nel mondo di tutti e debbano essere collocate in strutture residenziali, in ambienti separati e controllati.
Si parla di “autistici gravi”, di “gradi di autismo”, di persone “non autonome” destinate a una vita in struttura. Ma questa impostazione riporta indietro l’orologio.
Oggi non si parla più di gradi, ma di persone con diverse necessità di sostegno. E non esiste una relazione automatica tra diagnosi e possibilità di vivere nei contesti sociali ordinari.
Una persona con elevata necessità di supporto non è una persona senza diritti. La Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, in vigore in Italia dal 2009, è chiara: i diritti non dipendono dall’autonomia. Ogni persona ha diritto a partecipare alla vita sociale su base di uguaglianza.
Lo strumento per rendere concreto questo principio è il Progetto di Vita Individuale, Personalizzato e Partecipato: un progetto costruito insieme alla persona che definisce i sostegni necessari per vivere secondo i propri desideri nei contesti scelti.
Nell’articolo la residenzialità viene presentata come unica via d’uscita per famiglie stremate, “costrette a gettare la spugna”. Ma quali alternative sono state davvero attivate? Supporti domiciliari adeguati e budget di progetto sono stati garantiti? O la struttura arriva quando il resto non è mai stato offerto?
Lo Stato spende migliaia di euro al mese per ogni persona inserita in una struttura. Con le stesse risorse, investite diversamente, molte persone potrebbero vivere in una casa, con i giusti sostegni, frequentare il proprio quartiere, costruire relazioni e routine rassicuranti in un contesto non istituzionalizzante.
Troppo spesso il diritto a vivere nella società viene fatto dipendere dall’autonomia. Ma i diritti non si misurano in base a ciò che una persona sa fare da sola. L’autodeterminazione non coincide con l’autosufficienza: è la possibilità di orientare la propria vita, con supporti e strumenti di comunicazione adeguati, che permettano la partecipazione nella collettività.
Anche il concetto di “vita indipendente” è frainteso. Non significa vivere senza aiuto, ma con gli aiuti necessari: indipendenza come libertà di scelta, non come prestazione individuale.
Colpisce infine l’assenza delle voci autistiche. Se si afferma che “non sono autonome” e “non sanno esprimersi”, perché investire in percorsi di abilitazione se l’orizzonte resta una vita interamente in struttura?
La riforma della disabilità avviata con la Legge Delega n. 227 del 2021 indica una direzione opposta: superare l’istituzionalizzazione, promuovere vita indipendente, autodeterminazione e partecipazione. Ma serve un cambio di sguardo, prima ancora che di risorse.
Rendere la struttura residenziale la soluzione “naturale” significa rinunciare a costruire alternative e accettare che alcune vite abbiano meno libertà di altre. È una scelta culturale che oggi, alla luce delle leggi e dei diritti, non è più accettabile per nessuna persona con disabilità.
Clara Salvador Presidente Comitato 62 Piemonte
Barbara Bichiri Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Baldissero