Lettere e Opinioni
1 Aprile 2026

Se l’8 marzo non disturba

Dai diritti ai riti: così la donna viene addomesticata

Gentile direttore,

la ricorrenza dell’8 marzo è retorica o no? La giornata che abbiamo appena vissuto lascia in testa questa linea sottile: celebrazione necessaria contro rituale svuotato.

La Giornata internazionale della donna nasce dalle lotte per diritto di voto, condizioni di lavoro dignitose, fine dello sfruttamento industriale, parità giuridica.

Non è una “festa” nel senso tradizionale: è una ricorrenza politica e sociale. Il problema è che nel tempo è stata trasformata, spesso, in un evento commerciale e simbolico.

Quando diventa retorica. Diventa retorica quando l’azienda posta “auguri alle donne” ma paga meno le dipendenti, si regalano mimose ma non si dividono i carichi domestici, si parla di empowerment solo quel giorno, i media celebrano “la donna” come categoria astratta, non le donne reali. In questi casi funziona come una valvola morale: ci si sente a posto per 24 ore e nulla cambia.

Quando invece ha senso. Non è retorica quando diventa momento di consapevolezza (violenza, lavoro, maternità penalizzata), spazio per dati concreti, non slogan, occasione di rivendicazione, non di galanteria, memoria storica delle lotte (che non sono finite).

In pratica retorica = celebrazione senza conseguenze /significato = celebrazione che produce discussione o cambiamento

L’8 marzo è entrambe le cose allo stesso tempo. Serve proprio perché la parità non è raggiunta, ma proprio per questo viene spesso neutralizzato rendendolo innocuo. È così che diventa ogni giorno di più una “serata tra amiche” che una giornata politica, una storia sociologica interessante. L’8 marzo vive proprio su questa linea sottile: celebrazione necessaria contro rituale svuotato.

In Italia l’8 marzo ha preso una piega molto diversa rispetto ad altri paesi. Non è successo per caso: è una trasformazione culturale precisa.

In Italia la Giornata internazionale della donna arriva nel dopoguerra con l’Udi (Unione Donne Italiane) e i movimenti operai. L’8 marzo era: cortei, assemblee, discussioni su lavoro e maternità, aborto e diritto di famiglia (anni ’70). Era una giornata scomoda. Molto politicizzata. Molto conflittuale. Non era romantica. Non era conviviale. Non era neutra.

La neutralizzazione (anni ’80-’90). Qui succede la svolta tipicamente italiana. Dopo le grandi conquiste civili (divorzio, aborto, riforma del diritto di famiglia), la tensione politica cala e la società entra nella fase del benessere e della tivù commerciale. Nasce la versione depotenziata: mimosa, cene, locali, “serata delle donne”.

L’8 marzo diventa una specie di valvola di sfogo autorizzata. Non più “diritti” ma: “una sera tutta per voi”. È un passaggio importante: la rivendicazione collettiva si trasforma in esperienza privata.

Il ruolo dei media e del mercato. Negli anni ’90-2000 pubblicità e intrattenimento capiscono una cosa: la protesta divide, la festa vende. Quindi il messaggio cambia: prima (questione sociale, politica, conflitto, cittadine) e dopo (evento, intrattenimento, consumo, pubblico target)

La mimosa diventa il simbolo perfetto: un gesto gentile che non obbliga a cambiare niente. C’è da chiedersi perché proprio in Italia funzioni così bene. Per motivi culturali profondi:

· la forte tradizione di galanteria → sostituisce la parità;

· nella famiglia centrale → i ruoli cambiano lentamente;

· si preferisce ritualizzare il conflitto politico vissuto male

· cattolicesimo culturale → valorizza la donna ma in forma simbolica

Risultato: si celebra la “donna” ideale più che le donne reali. L’8 marzo in Italia non è stato cancellato. È stato addomesticato. Rimane nel calendario ma perde la capacità di disturbare. Da giornata di rivendicazione a rito sociale rassicurante.

Marica Buri

Forum Donne Chieri