Lettere e Opinioni
Simonetta Masera 
1 Aprile 2026
L’analisi di IOLANDA GAETA

Lo smartphone e i bimbi acerbi

Sempre più spesso lo smartphone entra precocemente nella vita dei bambini come strumento per calmare, distrarre, gestire emozioni intense.

Il pianto si interrompe, la noia viene riempita, l’irrequietezza si placa. A prima vista sembra una soluzione efficace e in alcuni momenti può effettivamente aiutare l’adulto a fronteggiare una situazione difficile.

Tuttavia sul piano dello sviluppo occorre interrogarsi su che cosa accade quando questa modalità diventa abituale e sostituisce la relazione proprio nel tempo in cui il bambino sta costruendo le basi della propria regolazione emotiva e del proprio pensiero.

Nei primi anni di vita il bambino non possiede ancora risorse interne stabili per calmarsi, tollerare la frustrazione e dare senso a ciò che prova. Queste capacità non sono innate né automatiche ma si formano lentamente nell’esperienza quotidiana e soprattutto nella relazione con l’Altro. È attraverso lo sguardo, la voce, la presenza di chi si prende cura di lui che il bambino impara a riconoscere le emozioni e a trasformarle in qualcosa di pensabile.

Quando lo smartphone diventa il principale regolatore esterno il rischio è che l’emozione venga interrotta prima di essere compresa. Non viene attraversata, ma sedata.

Il punto non è semplicemente l’eccesso di stimoli, quanto la possibile perdita di esperienza emotiva. Se ogni momento di noia viene riempito e ogni frustrazione viene spenta rapidamente, il bambino ha meno occasioni per costruire dentro di sé quella funzione che consente di aspettare, immaginare, elaborare. In questi tempi lenti la mente si organizza e impara a dare forma a ciò che sente.

Questo lavoro trova uno dei suoi spazi fondamentali nel gioco simbolico, tipico di questa fase dello sviluppo. Quando un oggetto rappresenta qualcos’altro il bambino rielabora paure, desideri e conflitti in una forma protetta. Se il gioco viene progressivamente sostituito da stimoli rapidi e già strutturati il lavoro psichico si riduce.

Non è un effetto immediato ma un rischio evolutivo che merita attenzione, perché la capacità di integrare emozione e pensiero nasce proprio in questo spazio transizionale, quell’area intermedia tra esperienza interna e realtà esterna in cui il bambino può simbolizzare ciò che vive. Questo spazio si costruisce nella relazione con l’Altro, perché è l’adulto che aiuta il bambino a trasformare l’emozione in qualcosa che può comprendere. Quando al posto di questa funzione compare stabilmente lo schermo il messaggio implicito può diventare che l’emozione va eliminata più che compresa.

Il ruolo dell’adulto è centrale anche come modello implicito. Il bambino apprende non solo da ciò che gli viene detto ma da come l’adulto è presente. Se chi si prende cura di lui è fisicamente accanto, ma mentalmente assente perché assorbito dal proprio smartphone, il bambino interiorizza una relazione intermittente. Questa modalità, ripetuta nel tempo, può incidere non solo sul piano emotivo e relazionale ma anche sui processi neuropsicologici che nei primi anni sono in piena costruzione, poiché il cervello si sviluppa a partire dalla continuità delle esperienze di presenza e regolazione condivisa.

Nel quotidiano questa organizzazione interna può manifestarsi con discontinuità nel gioco, instabilità dell’attenzione, bassa tolleranza alla frustrazione. Nella scuola dell’infanzia tali segnali si osservano nella fatica a restare nel gioco simbolico, nell’irritabilità di fronte all’attesa o al limite, nella difficoltà a condividere l’esperienza con l’Altro.

Con l’ingresso nella scuola primaria, dove aumentano le richieste di attenzione prolungata e di autoregolazione, possono emergere difficoltà di concentrazione, reazioni emotive poco regolate, impulsività o al contrario una tendenza al ritiro quando l’emozione diventa troppo intensa. Sono segnali che invitano a interrogarsi su come si stiano consolidando le capacità di tenere insieme emozione, pensiero e comportamento.

Riflettere sul digitale nell’infanzia significa dunque assumersi una responsabilità culturale. Non si tratta di demonizzare la tecnologia né di negarne le potenzialità, ma di chiedersi che cosa rischia di sostituire quando diventa risposta privilegiataa ogni difficoltà.

Nessun dispositivo può svolgere la funzione psichica della relazione. Una mente che cresce ha bisogno di tempo e di presenza, di adulti capaci di restare anche quando è faticoso aiutando il bambino a dare senso a ciò che prova. È in quella presenza stabile che si costruiscono equilibrio emotivo e fiducia nelle propriecapacità.

Psicologa clinica e psicoterapeuta, formatrice e supervisore educativo

www.iolandagaeta.it