I vecchi metodi della mia scuola
Daniele Orla
Buongiorno direttore,
ormai da alcuni anni manco dal mondo della scuola, avendo acceduto al «meritato riposo» pensionistico. La mia era una materia un po’ di nicchia: tedesco, il cui insegnamento è di norma limitato al liceo (nella fattispecie il linguistico), dunque a un tipo di scuola tradizionalmente considerato come la più prestigiosa nell’ambito delle scuole di ogni (dis)ordine e (de)grado. Quindi – per fortuna – solo saltuariamente ho avuto a che fare con soggetti o addirittura intere classi difficili.
Ma ho amici e colleghi che hanno lavorato in realtà scolastiche meno fortunate – tecnici e professionali – e che hanno percepito il pensionamento come la liberazione da un inferno (mentre per me, onestamente parlando, non è stato così). I loro commenti sono illuminanti: «Non ne potevo più della maleducazione di certi studenti», «certi individui farebbero meglio a starsene a casa invece di venire a scuola solo per disturbare e impedire di imparare a chi vuole imparare», «vadano a zappar la terra invece di venire a scuola a far niente!» e via disperandosi.
Tutto questo mi viene sistematicamente in mente quando leggo gli interventi dei vari psicologi, pedagoghi, (dis)educatori, che propongono teorie e metodologie tanto belle quanto inefficaci. Ma non sarà forse il caso di cambiar un po’ rotta e tornare almeno in parte ai sistemi «antichi», quando – cosa incontrovertibile ed inconfutabile – gli studenti che andavano fuori dalle righe venivano fatti rientrare rapidamente nelle stesse e la preparazione scolastica era decisamente migliore di quella odierna?