Che bella la sincera tossicità di Miranda
Riccardo Marchina
Ho rivisto “Il diavolo veste Prada” e mi è venuta una nostalgia tossica per gli ambienti di lavoro di una volta. Tossica nel senso clinico del termine. Se oggi un capo si comportasse come Miranda Priestly, arriverebbero contemporaneamente l’HR, uno psicologo del lavoro e Amnesty International.
Eppure, negli anni Duemila il potere aveva la decenza della sincerità. Il capo ti umiliava direttamente. Urlava. Ti chiamava “incapace” alla macchinetta del caffè. Faceva battute sessiste che oggi richiederebbero tre webinar riparatori, un podcast di scuse e almeno un trimestre di lavori socialmente utili. Era terribile, ma almeno chiaro. Tu uscivi dall’ufficio e dicevi: «Il mio capo mi odia». Fine dell’analisi.
Oggi invece il mondo del lavoro è diventato un gigantesco corso di mindfulness passivo-aggressiva.
Nel recente “Il diavolo veste Prada 2”, o meglio, nell’immaginario collettivo che lo circonda, Miranda non ti urla più addosso. Sarebbe inelegante. Adesso ti distrugge con una call su Zoom dicendo «Interessante spunto». Che è il nuovo «Lei è un disastro umano», ma con font corporate e sottofondo il canale jazz relax di Spotify.
La protagonista, poveretta, non viene più mandata a comprare il caffè sotto la neve. Peggio. Viene coinvolta in “percorsi di crescita”. Una volta ti lanciavano una cartellina in faccia. Oggi ti assegnano un mentor. È la crudeltà sostenibile.
E il sessismo? Sparito ufficialmente. Adesso nessuno osa più dire: «Tesoro, quel vestito ti valorizza». Però il collega ti guarda Linkedin come un doganiere bulgaro e commenta che «hai un energy molto forte». Che significa tutto e niente, ma stranamente ti senti molestata lo stesso.
Io rimpiango quasi la trasparenza brutale di Miranda. Almeno lei entrava nella stanza e il terrore aveva i tacchi. Oggi invece il capo tossico usa parole come “empatia”, “orizzontalità”, “ascolto”. Poi ti manda una mail alle 23,47 con scritto: “Nessuna urgenza :)”. E tu sai che la tua vita è finita.