Lettere e Opinioni
1 Luglio 2026
l’analisi di LUCIANO TOSCO

La guerra che anestetizza e arricchisce

Secondo una recente indagine a cura di Alessandra Ghisleri, le preoccupazioni più rilevanti per gli italiani sono quelle legate alla concreta quotidianità: il potere di acquisto e l’inflazione, le tasse troppo alte, il lavoro povero, le liste di attesa in sanità.
Le guerre, invece, sono considerate tali, solo dall’11,4 % del campione. Disinteresse, sottovalutazione, negazione del problema? Oppure percezione di impotenza, ma anche “straniamento” per un sistema mediatico che annuncia nuovi conflitti dimenticando le stragi sempre in corso? Emerge una forma di sorda inquietudine che fa percepire le guerre come una condizione sistemica, normalmente inevitabile?
Giova allora ricordare che le guerre aumentano in numero e quantità di distruzione e carneficine, che ne cambia tipo e qualità, fino al rischio di degenerazione in un conflitto irreversibile a livello planetario.
Nel 2025 i conflitti tra Stati sono stati 59, dato peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. Le vittime sono state almeno 250.000, nella stragrande maggioranza civili, il 16 % la percentuale di popolazione mondiale esposta a conflitti. In particolare in Palestina/Israele, Ucraina, Myanmar, Sudan ed Etiopia, cui si aggiungono, nel 2026, quelli in Iran, Libano e Paesi del Golfo.
Ci sono anche “guerre” tra stati e bande criminali armate che controllano l’economia della droga in Messico e America latina e i giacimenti di metalli e terre rare in Africa.
Ma quello delle vittime, non è l’unico indicatore negativo. Le guerre sono diventate “ibride”: non solo è colpita tutta la popolazione, di cui molti i bambini, ma sono utilizzate false comunicazioni, attaccate le infrastrutture civili strategiche e umanitarie come gli ospedali, attuate interferenze informatiche per danneggiare il nemico.
Le guerre e la cultura della “deterrenza” inducono al riarmo, comprimendo gli investimenti nei beni comuni quali istruzione, sanità, case…
Favoriscono l’arricchimento di chi opera (pochi) non solo nel comparto dell’industria bellica, ma anche in quello della finanza non sempre trasparente, spesso con guadagni anche su operazioni opache e con uso di informazioni riservate che anticipano gli orientamenti del mercato. L’Italia è salita dal decimo al sesto posto mondiale dei paesi esportatori di armi, con i suoi colossi quali Fincantieri e Leonardo.
Se le guerre sono causa di iniqui arricchimenti da parte di pochi e miseria per interi popoli, sono anche effetto delle diseguaglianze, oggi, significativamente, insieme ai conflitti armati, in vertiginoso aumento.
Riguardano dimensioni diverse: di reddito e concentrazione estrema della ricchezza a fronte dell’aumento diffuso della povertà assoluta e relativa, di opportunità, potere, libertà di movimento, salute e speranza di vita, accesso ai beni pubblici e a quelli comuni quali scuola, sanità, cultura. Elevate e crescenti diseguaglianze corrodono il tessuto morale della società, minacciano la coesione disintegrando i legami sociali e la fiducia reciproca, alimentano i conflitti sia a livello micro che macro, minano la democrazia, la giustizia e la pace.
Per quanto riguarda la concentrazione delle ricchezze, quella dei 3.000 miliardari del pianeta è aumentata nel 2025 del 16% mentre quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà. La loro ricchezza aggregata in 18.300 miliardi di dollari sarebbe ampiamente sufficiente ad eliminare la povertà estrema nel mondo.
L’Italia non fa eccezione: il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera solo il 7%
Nel 2024, 5,7 milioni erano in povertà assoluta e in queste famiglie vive il 14% dei bambini.
Se questa è la guerra e queste sono le sue condizioni, allora dobbiamo rassegnarci alla pace come utopia e alla violenza come realtà?
Personalmente penso che per un cammino verso forme di pace, non impossibili e astratte, ma agite ed esercitate nel dramma ambivalente della storia, debbano porsi almeno quattro domande fondamentali:
– Come rendere possibili percorsi di pace nell’inevitabilità dei conflitti in una società complessa e pluralista con strumenti e comportamenti non di reazione e violenza, bensì di gestione/mediazione/ricomposizione degli stessi?
– Come realizzare processi di prevenzione dei conflitti attenuando gli effetti perversi delle diseguaglianze economiche e sociali?
– Come superare la drammatica crisi del diritto internazionale, della diplomazia e delle grandi istituzioni multilaterali quali l’Onu con i suoi organismi e l’Unione Europea, nati dalla tragedia della seconda guerra mondiale per governare i conflitti prevenendo e scongiurando le guerre?
– Come difendere e sviluppare la democrazia reale e partecipata di fronte agli attacchi e tendenze di forme populiste e illiberali?
Le risposte richiedono difficili, coraggiose azioni macro, a livello nazionale e internazionale, che però possono essere favorite da un altrettanto complesso e profondo cambiamento culturale nelle relazioni micro, interpersonali e sociali, anch’esse ormai soggette a derive di incomunicabilità, individualismo e violenza.

Educatore, già dirigente
dei servizi educativi e sociali

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Massimo 1000 numero di caratteri ancora disponibili