Lettere e Opinioni
1 Luglio 2026

Umiliato in farmacia perché sono un ADHD

Lettera firmata

Buongiorno direttore,

ci sono diagnosi che arrivano tardi. E quando arrivano non cambiano chi sei: cambiano il modo in cui rileggi tutta la tua vita. La mia diagnosi di ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) in età adulta è stata questo.

Ha dato un nome a decenni di fatica invisibile: difficoltà scolastiche, insuccessi, dispersione dell’attenzione, incapacità di iniziare o portare a termine compiti, la costante sensazione di essere “meno capace” nonostante intelligenza, volontà e una grinta fuori dal comune che mi ha permesso per anni di compensare.

Compensare: questa è la parola chiave. Compensare fino allo sfinimento. Compensare per studiare. Compensare per lavorare. Compensare per essere all’altezza di standard pensati per cervelli diversi dal mio.

Solo chi vive una neurodivergenza sa cosa significhi.

Dopo una diagnosi specialistica e un percorso terapeutico serio, mi è stata prescritta una terapia farmacologica specifica, che mi permette finalmente di fare ciò che per molti è normale: iniziare un compito, finirlo, arrivare a fine giornata senza essere devastata dallo sforzo continuo di compensare. Non è una scorciatoia. È cura. È equilibrio.

Questa mattina mi sono recata in una farmacia di Chieri per ritirare il mio farmaco con una regolare prescrizione specialistica, conforme a tutte le procedure previste.

Fino a oggi mi ero sempre servita in una farmacia di Torino, che mi era stata indicata proprio perché abituata a gestire queste terapie. Ma vivendo a Chieri avevo chiesto di poterlo ritirare vicino a casa. Mi era stato detto che non ci sarebbero stati problemi.

Questa mattina invece è successo qualcosa che mi ha profondamente ferita. Appena ho appoggiato la ricetta sul banco, la farmacista ha iniziato a dire ad alta voce che quella ricetta “non l’avrebbe neanche presa in mano”, che non voleva nemmeno toccarla, invitandomi a rivolgermi a un collega.

Lo ha fatto davanti ad altri clienti. Davanti a persone in coda. Davanti a conoscenti.

Sono rimasta paralizzata. Non capivo. Non capivo perché un farmaco regolarmente prescritto, parte di una terapia riconosciuta, dovesse essere trattato come qualcosa di contaminante.

Quando poi il collega mi ha ricevuta, cercando di giustificare l’accaduto, ha parlato di “terrorismo psicologico” legato ai controlli e ha continuato a sottolineare ad alta voce la natura “particolare” del farmaco.

Ed è qui che sta il problema. Perché quel farmaco è una terapia. E trattare chi lo assume come se stesse chiedendo qualcosa di moralmente ambiguo o sospetto significa alimentare uno stigma che in Italia, sulle neurodivergenze adulte, è ancora enorme.

La sofferenza dell’ADHD non è solo nella disfunzione esecutiva. È nella vergogna accumulata per anni. È nell’essere stati fraintesi. È nel sentirsi dire, da bambini e da adulti, “sei intelligente ma non ti applichi”. È nel vivere costantemente al di sopra delle proprie energie per sembrare adeguati.

Quando finalmente trovi una diagnosi, una cura, un equilibrio, l’ultima cosa che dovrebbe accadere è essere umiliati nel luogo deputato alla cura.

Io oggi sono uscita da quella farmacia scossa, ferita, umiliata. E mi chiedo quante altre persone abbiano vissuto lo stesso. Quanti abbiano rinunciato. Quanti si siano sentiti sbagliati.

Questo racconto non è una denuncia personale. È una richiesta collettiva di formazione, consapevolezza e rispetto. Perché l’ADHD negli adulti esiste. Le neurodivergenze esistono e curarsi non dovrebbe mai essere un atto di vergogna.

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