Lettere e Opinioni
9 Luglio 2026
l’analisi di CLAUDIO CASALE

Vuoi farcela? Non pensare al risultato

Ogni settimana ho la fortuna di lavorare con atleti di discipline sportive molto diverse tra loro: nuoto, atletica, calcio, sport da combattimento, padel e molte altre. Cambiano gli obiettivi, cambiano i gesti tecnici, ma c’è un elemento che accomuna quasi tutti: il desiderio di ottenere un risultato migliore.
È assolutamente normale. Lo sport vive di tempi, classifiche, gol, medaglie, vittorie e sconfitte. Il problema nasce quando il risultato diventa l’unico parametro con cui un atleta misura il proprio valore.
Sempre più spesso mi accorgo che gran parte del lavoro mentale consiste proprio nello spostare l’attenzione dal risultato alla prestazione.
Può sembrare un dettaglio, ma in realtà cambia completamente il modo di allenarsi, di affrontare una gara e persino di vivere lo sport.
Il risultato, infatti, non dipende esclusivamente da noi. Esistono moltissime variabili che non possiamo controllare: il valore degli avversari, le condizioni ambientali, un episodio favorevole o sfavorevole, una decisione arbitrale, una giornata particolarmente positiva di un concorrente.
La prestazione, invece, è qualcosa su cui possiamo intervenire ogni giorno.
Possiamo allenare la concentrazione, la qualità del gesto tecnico, l’intensità, la determinazione, la gestione delle emozioni, il dialogo interiore, la capacità di rimanere presenti nel momento.
Quando un atleta migliora questi aspetti, aumenta inevitabilmente anche la probabilità di ottenere risultati migliori.
Ma l’ordine è importante.
Non si migliora la prestazione perché si è ottenuto un risultato. Si ottengono risultati migliori perché si è costruita una prestazione migliore.
Purtroppo molti giovani atleti crescono con l’idea opposta. Il nuotatore pensa esclusivamente al cronometro. L’atleta dell’atletica guarda solo il tempo o la misura. Il calciatore valuta la propria partita soltanto se ha segnato.
Così facendo, la fiducia personale diventa estremamente fragile. Se il risultato arriva, ci si sente forti. Se non arriva, improvvisamente ci si sente incapaci. La fiducia viene quindi affidata a qualcosa che non possiamo controllare completamente.
Un altro elemento che incontro molto spesso è il modo in cui gli atleti parlano a sé stessi. In psicologia dello sport lo definiamo Self-Talk, il dialogo interiore. Dopo un errore sento spesso frasi come: “Non sono capace”, “Sbaglio sempre”, “Non ce la farò mai”. Queste parole non descrivono un errore, ma un’identità. L’atleta smette di dire “ho sbagliato” e inizia a convincersi di “essere sbagliato”. È una differenza enorme.
L’errore, invece, rappresenta uno degli strumenti più preziosi per migliorare. Ogni errore contiene un’informazione: indica cosa correggere; mostra dove crescere; aiuta a costruire esperienza.
Ma questo richiede una cultura sportiva diversa. Ed è qui che allenatori e famiglie assumono un ruolo determinante. Molti allenatori desiderano motivare i propri atleti e lo fanno con grande passione. Tuttavia, spesso la comunicazione quotidiana continua a ruotare intorno al risultato: vincere, fare il record, segnare di più, arrivare primi. Senza accorgersene, il messaggio che arriva all’atleta è che il suo valore dipenda soltanto dall’esito finale.
Una comunicazione efficace, invece, valorizza anche ciò che costruisce la prestazione. Riconosce i punti di forza. Sottolinea i miglioramenti. Premia l’impegno, la qualità dell’allenamento, il coraggio di provare, la capacità di reagire dopo un errore.
Questo non significa abbassare il livello di ambizione; significa costruire basi molto più solide per raggiungerla.
Anche le famiglie possono fare una grande differenza.
Una semplice domanda al termine di una gara può cambiare completamente la prospettiva. Anziché chiedere: “Hai vinto?”, si potrebbe chiedere: “Di cosa sei soddisfatto oggi?”. Oppure: “Cosa hai fatto meglio rispetto alla settimana scorsa?”. Sono domande che educano il ragazzo a osservare la propria crescita e non soltanto il tabellone finale.
Quando atleti, allenatori e genitori iniziano a parlare la stessa lingua, accade qualcosa di straordinario. L’atleta sviluppa maggiore consapevolezza, costruisce una fiducia autentica, affronta gli errori con più serenità e riesce a esprimere il proprio potenziale con continuità.
E’ proprio in quel momento che, spesso quasi come una naturale conseguenza, arrivano anche i risultati. Perché il risultato non è il punto di partenza, ma il frutto di un percorso costruito con metodo, qualità e consapevolezza.
La riflessione che vorrei lasciare a tutti gli addetti ai lavori è questa: “Se domani eliminassimo il tabellone, il cronometro e la classifica… il nostro atleta saprebbe comunque riconoscere il valore della propria prestazione?”.

Performer Coach
www.performercoachclaudiocasale.it

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