Ventura “cambia musica”
Il professore Ponziano Ventura
Santena
Luca Botelho Silvestri  
13 Luglio 2026

Ventura “cambia musica”

Va in pensione lo storico professore di Santena, che continuerà a collaborare con la banda

Quando cominciò,  nel 1979, la differenza d’età con alcuni allievi era minima:  Ponziano Ventura aveva appena 18 anni. Bastavano la sola licenza di teoria e solfeggio tre anni di Conservatorio per fare supplenze. E così, succedeva che in classe ti trovavi ripetenti di 15 o 16 anni. «Una volta ero seduto alla cattedra, entra una bidella e mi dice: “Ma cosa fai lì? Vai fuori”. Credeva fossi uno studente».

Molta musica è passata da allora dentro le aule di Santena, portata da quel professorino, che oggi ha 65 anni e l’ultimo collegio docenti da affrontare. Poi chiuderà la sua carriera.

Diplomato in clarinetto, Ventura entrato stabilmente in ruolo nel 1986 e da allora il suo percorso è rimasto legato quasi sempre a Santena. «Solo per un anno ho diviso il servizio con Cambiano».

Quanto si è trasformata la scuola, lui lo ha misurato nel tempo: non è solo questione di tecnologia, ma il rapporto dei ragazzi con l’attenzione e con la musica. «Negli anni Ottanta avevamo meno strumenti: per far ascoltare qualcosa dovevo girare con il registratore a cassette. Però gli alunni erano più curiosi, avevano più voglia di apprendere. Oggi sono distolti da tutto quello che hanno intorno».

Così, nel momento in cui tutti possono ascoltare ogni tipo di canzone, paradossalmente è  diventato più difficile far cantare una classe. «Una volta, se facevo cantare De André o Battisti, i ragazzi partecipavano volentieri. Adesso bisogna inventarsi strategie nuove per coinvolgerli».

In effetti, social e piattaforme online hanno cambiato i riferimenti musicali: «Quello che vedono su YouTube diventa spesso il loro modello».

Dunque, negli anni ha modificato il modo di insegnare. Ha lavorato molto sui confronti tra generi, tra musica classica e pop, tra brani originali e versioni rielaborate. «Oggi prendo anche brani classici trasformati in rock, trap o rap e li metto a confronto con l’originale. Solo così, a volte, riesco a interessarli».

Il prof. Ventura ha costruito materiali digitali, video, ascolti guidati e spartiti semplificati. «Non trovavo un libro di testo davvero adatto. Alcuni erano buoni per la storia della musica, altri per la pratica strumentale. Così ho iniziato a costruirmi il materiale da solo».

Negli ultimi anni ha semplificato anche la lettura degli spartiti: «Scrivo il nome delle note sotto. Una volta lo facevo solo per alcuni alunni, adesso per tutti».

E poi c’è la questione tempo: troppo poco quello che la scuola dedica alla musica. «Quando avevamo tre ore si poteva lavorare in compresenza con lettere. Si faceva teatro, si preparavano spettacoli, operette e musical. Attraverso il teatro si riuscivano a scoprire competenze che oggi spesso non emergono. Anche l’alunno più fragile poteva avere capacità espressive o musicali».

Alcuni dei suoi ragazzi hanno mantenuto con la musica un rapporto da appassionati, altri hanno scelto di seguirla anche dopo la scuola. Tra i casi che ricorda c’è quello di Giuseppe Strano: «Era un bravissimo musicista, suonava il sax soprano. Con lui ho inciso anche un disco». Oggi vive in Giappone, dove ha aperto uno studio di produzioni musicali. «Vedere un ex alunno che prosegue su quella strada è una soddisfazione bellissima».

La pensione non significherà un distacco dalla musica. Ventura continuerà a collaborare con la Banda musicale Canonico Serra di Santena, dove è tornato a suonare dopo circa quarant’anni. Con la banda ha già seguito progetti nelle classi quarte della scuola primaria, facendo conoscere gli strumenti ai bambini.

«L’anno scorso abbiamo avuto circa 28 iscrizioni, quest’anno una ventina. All’inizio partono in tanti, poi qualcuno si perde perché si rende conto che è faticoso. Però anche sei ragazzi che arrivano davvero in banda sono già un risultato».

Riesce a fare un bilancio finale di tutta la vita passata nella scuola di Santena? «Sono contento, soprattutto dei rapporti che si creano. I ragazzi cambiano, però quando ti incontrano per strada ti salutano. A volte incontro ex alunni di quarant’anni fa e mi salutano come se fossero venuti a scuola ieri».

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