L’inquietudine del tempo liberato
Attendiamo a lungo il momento in cui potremo finalmente fermarci, ma quando quel momento arriva non sempre sappiamo che cosa farne. Il tempo liberato dal lavoro, dalle scadenze e dalle occupazioni quotidiane dovrebbe consegnarci al riposo, invece può produrre una strana inquietudine. Ci si sente stanchi ma incapaci di rallentare, si cercano attività, luoghi e programmi, quasi che lasciare una giornata senza contenuto rappresenti un pericolo. Desideriamo interrompere il ritmo ordinario, purché il tempo continui a essere pieno.
È uno dei paradossi della nostra epoca. Anche la pausa estiva è diventata una prestazione. Dobbiamo partire, divertirci, recuperare le energie, ritrovare l’intimità di coppia, dedicarci ai figli e tornare possibilmente rigenerati. Non basta essere temporaneamente liberi dagli impegni, bisogna dimostrare di avere utilizzato bene quella libertà. Il riposo viene così sottoposto alla stessa logica del lavoro e finisce per essere organizzato, misurato e valutato in base ai risultati che produce.
Il problema non è soltanto riuscire a riposare, ma tollerare un tempo che non abbia immediatamente uno scopo. Quando vengono meno le occupazioni attraverso le quali ci sentiamo attivi, necessari e riconoscibili, può emergere un senso di vuoto che non riguarda semplicemente l’assenza di programmi. Riguarda il nostro desiderio e la difficoltà di riconoscere che cosa vogliamo quando non siamo guidati dalle richieste, dalle abitudini e dalle aspettative degli altri.
Che cosa vogliamo quando nessuno ci dice che cosa dobbiamo fare?
La vita quotidiana non è soltanto faticosa, è anche una protezione. Gli orari, le responsabilità e le richieste degli altri costruiscono una trama che organizza le giornate e ci permette di sapere quale posto occupiamo, ma può anche tenerci a distanza da ciò che sentiamo. Quando il ritmo rallenta, possono tornare alla coscienza l’insoddisfazione, la solitudine, la fragilità dei legami o il dubbio di avere costruito una vita che non ci corrisponde pienamente.
La maggiore vicinanza della vacanza può rendere visibile ciò che la routine permetteva di non vedere. Durante l’anno molte coppie sono sostenute da un’efficiente organizzazione della distanza, nella quale il lavoro e le incombenze consentono di condividere una vita senza necessariamente incontrarsi. Quando questa architettura si indebolisce, l’altro diventa più presente, ma proprio la sua presenza può rivelarne l’estraneità. Avere più tempo non genera automaticamente più intimità, ma può rendere finalmente riconoscibile una distanza rimasta fino ad allora senza parole.
L’intimità non è una condizione garantita una volta per tutte, ma una forma del legame che deve essere continuamente ritrovata. La vacanza può mostrare ciò che si è indebolito e, nello stesso tempo, ciò che continua a esistere e cerca una possibilità diversa per esprimersi.
Psicologa clinica e psicoterapeuta, formatrice e supervisore educativo
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