Lettere e Opinioni
16 Settembre 2026
il commento di Antonio Vetrò

Disarmate l’IA con la giustizia

Molti hanno commentato “Magnifica Humanitas”, l’enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale. Non intendo proporne un’altra descrizione generale. Vorrei soffermarmi sugli aspetti che considero più dirompenti e significativi, perché mettono in discussione non soltanto alcuni usi dell’IA, ma il modo in cui con essa – e più in generale, con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione – stiamo costruendo la società del futuro.

Il potere dei big data
Il primo riguarda il potere. Il documento di Leone XIV invita a guardare chi possiede infrastrutture digitali, dati e capacità di calcolo. Oggi questo potere è concentrato in poche mega-imprese: stabiliscono ciò che vediamo, le opportunità che ci vengono proposte e il modo in cui siamo valutati, e hanno grossa influenza sul potere pubblico normativo.
Leone XIV è radicale su questo punto: dati e infrastrutture dell’IA, cioè il cuore del potere computazionale, non possono essere trattati come semplici proprietà o infrastrutture private. Quando incidono su diritti, servizi e decisioni collettive, devono essere sottoposti a controllo pubblico e partecipato. I dati, prodotti dalle attività di milioni di persone o frutto del “lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici”, devono essere gestiti come beni collettivi o comuni, non consegnati senza condizioni a pochi soggetti.

La sfida al potere pubblico
Il secondo punto riguarda la sfida della potenza computazionale al potere pubblico. Leone XIV ha usato un’espressione che ha avuto molta risonanza: “Disarmare l’IA”. Significa sottrarre la tecnologia alla logica della potenza e renderla “discutibile, contestabile, e quindi abitabile”.
Un sistema è abitabile quando possiamo comprenderne i criteri, contestarne una decisione, chiedere chi ne risponde e correggerne gli effetti. Insomma, quando lo possiamo controllare.
Questo principio riguarda anche la quotidianità: un Comune che affida a un algoritmo l’accesso a un servizio, una scuola che affida a una piattaforma privata la trasmissione e verifica delle conoscenze degli studenti, una banca che calcola l’affidabilità di chi chiede un prestito o un ospedale che stabilisce priorità di visite con sistemi automatici.
Chi subisce una decisione deve conoscerne i criteri, ottenere spiegazioni e rivolgersi a una persona responsabile. Altrimenti il potere pubblico finisce per applicare regole progettate e scritte altrove, e il potere privato non tiene in conto di norme e diritti delle persone.
Leone XIV, a mio avviso, è radicale anche su questo punto: non bastano codici etici e norme ex-post, serve una politica ex-ante, capace di orientare la progettazione dell’IA, rallentare lo sviluppo tecnologico quando necessario e permettere alle comunità di decidere quali sistemi costruire, con quali dati, per quali scopi e con quali limiti, anche in termini materiali. Addestrare e utilizzare grandi modelli, infatti, richiede un’ingente mole di materie prime ed energia per costruire, far funzionare, raffreddare i centri dati e metterli in connessione tra loro.

Guerra secondo l’IA
Il terzo punto dell’enciclica che vorrei sottolineare è la guerra: qui il richiamo a “disarmare” l’IA diventa letterale. I sistemi automatici accelerano l’individuazione dei bersagli, comprimono il tempo della decisione e rendono impersonale la scelta sulla vita e sulla morte. Ma una macchina non può assumersi una responsabilità morale.
Quando il bersaglio diventa un dato con una certa etichetta e la vittima un “danno collaterale”, la responsabilità si dissolve tra chi progetta, addestra, autorizza e utilizza il sistema. L’IA non rende la guerra più giusta: può renderla più veloce, distante e apparentemente praticabile. Sta contribuendo, in altre parole, al processo di normalizzazione della guerra, che è ben evidente e su cui il Pontefice dedica un’intera sezione del documento.

Le persone ingabbiate
Infine, ci siamo tutti noi. Gli algoritmi prima spersonalizzano, trasformando una persona in dati; poi le assegnano un’etichetta, che è anche un destino: affidabile o rischiosa, adatta o inadatta, meritevole o esclusa. Così i modelli ricavati dal passato possono diventare sentenze sul nostro futuro. Chi ha sbagliato, chi ha avuto un percorso irregolare o non rientra nella distribuzione statistica desiderata o nella curva di ottimizzazione dei risparmi e dei profitti, diventa prigioniero della previsione.
Il sistema non vede una storia, non incontra un volto, non è parte di relazioni di fiducia, ma usa una correlazione statistica per determinare la categoria da assegnare a un dato (ovvero, a una persona), il più delle volte per ottimizzare un risultato economico. Eppure, l’essere umano non coincide con il proprio profilo statistico. Le persone cambiano, sorprendono, cadono e ricominciano. È nel limite e nell’errore che ci trasformiamo; ed è nella possibilità di non essere inchiodati al passato che nasce la speranza.
Il messaggio più importante dell’enciclica è un invito a impedire che l’efficienza economica diventi l’unico criterio di progettazione dell’IA e di organizzazione della società, e far sì che esse siano dettate da altri principi. Il Pontefice propone i principi della Dottrina sociale: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale. Troppo radicale?

Docente di Ingegneria Informatica e dei Sistemi presso il Politecnico di Torino

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