Lettere e Opinioni
20 Maggio 2026

La lotta di libertà questo è il legame

Elio Limberti

Egregio Direttore,

leggo di molte polemiche negli articoli e nelle lettere del Corriere in tema delle celebrazioni del 25 Aprile. Credo, contrariamente a molti, che la materia non meriti di essere appiattita su slogan che tolgono alla storia la capacità di insegnare.

La lotta di liberazione delle formazioni partigiane fu fondamentalmente un lungo atto di eversione, eversione contro il nazifascismo. Una lotta armata contro l’ordine costituito. Mi pare un dato incontestabile. Una lotta pagata a caro prezzo. Un atto di libertà personale e collettivo contro l’autoritarismo e contro la guerra.

I Caduti in guerra a cui è dedicato il monumento di piazza Duomo sono stati centinaia di migliaia di giovani contadini e operai mandati al macello da criminali di volta in volta al potere: casa Savoia, Crispi, Giolitti, Nitti, Mussolini, Badoglio solo per citarne alcuni. Giovani uomini usati come carne da cannone per giochi geopolitici di classi dirigenti largamente incapaci.

A questi Caduti è dovuto ogni onore, ma sarebbe un falso storico accomunarli a chi è caduto per altra causa. A questi Caduti è riservato il 4 Novembre purtroppo celebrato nel nome di un militarismo che oggi dovrebbe essere solo condannato da chiunque voglia dirsi democratico e civile.

Personalmente, ritengo ci sia solo un modo per tenere vivo il significato di quelle carneficine: rileggere l’articolo 11 della Costituzione taliana: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Credo esistano due modi opposti per celebrare il 25 Aprile: osservarne la lettera e osservarne lo spirito. Nel guardare alla lettera si avranno celebrazioni rituali dove la modalità museale sarà la tinta unica delle commemorazioni, tutto “ordine e disciplina”; un’imbalsamazione di un’epopea eroica ai fini istituzionali. A me questo pare opposto alla dirompente vitalità di Partigiane, Partigiani e Staffette.

Chi volesse, invece, osservarne lo spirito, facilmente guarderebbe alla volontà di salvaguardia della nostra malconcia democrazia, oggi guidata da chi non sa dirsi antifascista. E non potrebbe dimenticare quanti altri popoli ai nostri giorni sono sotto l’oppressione di governi criminali, popoli oggetto di genocidio sistematico e, nel nome di questi popoli ne innalzino le bandiere; anche per difendere il diritto di questi popoli alla resistenza contro l’oppressione senza sentirsi definire “terroristi”, come i nostri Partigiani nella lotta di Liberazione. Da qui, istintivamente, le bandiere della martoriata Palestina.

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