Lettere e Opinioni
Simonetta Masera 
10 Giugno 2026
L’analisi di GIUSEPPE PARATO

Saturi di informazioni irrilevanti

C’è un momento, ogni mattina, in cui il mondo ci raggiunge prima ancora che apriamo gli occhi. È il suono di una notifica, il lampeggiare di uno schermo, il flusso ininterrotto di notizie che ci scorre accanto come un fiume in piena. Viviamo immersi in un ambiente dove “il mondo è sommerso dalle informazioni”, e questa condizione non è più un semplice dato tecnologico: è diventata la trama stessa della nostra esperienza quotidiana.
Yuval Noah Harari ha descritto questo scenario come un nuovo mondo “alluvionato da informazioni irrilevanti”. È un’immagine potente: non siamo più minacciati dal silenzio imposto, ma dal rumore che ci travolge. La censura moderna non vieta, ma confonde; non chiude le bocche, ma moltiplica le voci fino a rendere indistinguibile ciò che conta da ciò che distrae. In questo paesaggio, la lucidità diventa un atto di resistenza.
A rendere tutto più complesso è la natura stessa delle notizie che riceviamo. Non arrivano in modo neutro: ci raggiungono cariche di emozioni, spesso negative. La percezione di essere circondati da brutte notizie non è un’impressione soggettiva, ma un fenomeno studiato.
Gli psicologi lo chiamano “doomscrolling”: la tendenza compulsiva a scorrere contenuti che ci fanno stare peggio, pur sapendo che ci faranno stare peggio. È un gesto quasi ipnotico, un rituale quotidiano che ci lascia addosso un senso di impotenza e di ansia. Le piattaforme lo sanno: la paura trattiene, la rabbia fidelizza, l’indignazione genera traffico.
Ma il problema non è solo la quantità o la tonalità emotiva delle notizie. È la loro qualità. Infatti “la falsità diffusa di moltissime notizie costituisce oggi una delle minacce più gravi per la coesione sociale e la qualità della democrazia”. È una frase che pesa. Le fake news non sono semplici errori: sono strumenti di manipolazione, progettati per orientare opinioni, polarizzare comunità, erodere la fiducia nelle istituzioni. E oggi, con l’intelligenza artificiale capace di generare immagini, video e testi indistinguibili dal reale, la minaccia si amplifica.
I dati lo confermano: in Italia, il 76,5% dei cittadini teme di non riuscire più a distinguere il vero dal falso. I giovani, pur dichiarandosi sicuri delle proprie capacità critiche, faticano a riconoscere informazioni attendibili su temi cruciali come salute e ambiente. È come se la bussola collettiva avesse iniziato a tremare.
Accanto alle false notizie, c’è un altro fenomeno che attraversa la nostra epoca: le false promesse. Sono parenti strette delle fake news, nate dalla stessa logica e alimentate dallo stesso terreno di fragilità. Le false promesse non riguardano solo la politica o la pubblicità: sono ovunque. Promettono soluzioni immediate, scorciatoie, certezze in un mondo che di certezze ne ha sempre meno. Ma, come le notizie manipolate, si dissolvono al primo contatto con la realtà.
Le false promesse funzionano perché parlano alla nostra parte più vulnerabile: il desiderio di credere che esista una via semplice, una risposta definitiva, un rimedio rapido. In un ambiente informativo saturo e confuso, dove “la falsità diffusa costituisce una minaccia per la coesione sociale”, queste promesse diventano ancora più persuasive. Offrono un appiglio emotivo, un’illusione di ordine nel caos. E quando si infrangono – perché si infrangono sempre – lasciano dietro di sé non solo delusione, ma un ulteriore strato di sfiducia.
È qui che false notizie e false promesse si intrecciano: entrambe erodono la credibilità delle parole, svuotano il linguaggio, indeboliscono il patto di fiducia che tiene insieme una comunità. Se le fake news distorcono i fatti, le false promesse distorcono le aspettative. E insieme costruiscono un clima in cui tutto sembra possibile e niente sembra vero. Un clima in cui la realtà diventa negoziabile, e la responsabilità si dissolve.
Le piattaforme digitali amplificano questa fragilità. I loro algoritmi non premiano ciò che è vero, ma ciò che funziona. E ciò che funziona, spesso, è ciò che divide. La manipolazione dell’informazione non è più un rischio astratto: è un inquinamento quotidiano che respiriamo senza accorgercene.
Eppure, in questo scenario, non siamo del tutto disarmati. La prima forma di difesa è culturale. Per contrastare la manipolazione “diventa fondamentale sviluppare il pensiero critico”. Significa imparare a rallentare, a verificare, a confrontare fonti diverse, a sostenere il giornalismo di qualità. Significa educare le nuove generazioni a leggere il mondo con occhi vigili, non passivi.
Ma significa anche recuperare un rapporto più umano con l’informazione. Non tutto ciò che accade merita la nostra attenzione. Non tutto ciò che ci raggiunge merita di entrare nella nostra vita emotiva. Possiamo scegliere di non essere travolti. Possiamo costruire un modo diverso di abitare il flusso: più consapevole, più selettivo, più libero.
In un’epoca in cui la verità sembra dissolversi nel rumore, la responsabilità di ciascuno diventa decisiva. Difendere la qualità dell’informazione non è un gesto tecnico: è un gesto etico. Significa difendere la possibilità stessa di una società che dialoga, che comprende, che decide. Significa, in fondo, difendere la nostra capacità di vedere il mondo con occhi limpidi.

Già docente di Sociologia all’Università di Torino

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