Lettere e Opinioni
1 Luglio 2026
IL COMMENTO di Fratel Ettore Moscatelli

Mozart, l’IA e il sole sul Monviso

Lasciamo stare Bach, “fuori scala” nella classifica dei musicisti per la sua statura di compositore. Scrisse intere biblioteche di opere di una bellezza unita ad una perfezione tecnica inarrivabile. Dopo di lui, mi viene in mente lo sbarazzino Mozart. Lasciamo stare pure lui che metteva in musica tutto ciò che gli capitava tra le mani, dal conto della lavandaia alla monumentale Messa da Requiem, dalle operette in tedesco, al Don Giovanni, con una facilità da alieno, purché ci fosse da guadagnarsi la pagnotta e soldi da scialacquare.

A casa nostra non mancavano i big: anch’essi talenti “fuori concorso”. Mi viene da ricordare tra i tantissimi, il Rossini, che si faceva stuzzicare dal ritmo delle martellate del fabbro sull’incudine o dal sobbalzare delle ruote delle carrozze quando era in viaggio. Per meglio concentrarsi usava un caldo pediluvio che lo rilassava.

Poi arrivò il Romanticismo con i suoi autori, macerati dalle passioni sentimentali, sociali e politiche. Ne scaturirono opere monumentali per intensità emotiva e calore umano. Con l’inizio del XX secolo avvenne una rivoluzione culturale nelle arti, dalla scultura alla pittura, dalla poesia alla musica. Per farla breve, si diede un calcio alle rigidissime regole di composizione delle varie opere d’arte, per fare spazio alla libera espressione.

Qualcuno dei soliti pessimisti di allora, parlando della musica, propose di chiamarla “desertificazione del pensiero musicale”. Esagerati! Si andò avanti tra una guerra mondiale e l’altra con rigurgiti di tardo romanticismo, forme neoclassiche, post- wagnerianismo e via cantando. Nell’orizzonte musicale misero intanto il naso le forme jazzistiche d’oltre oceano che invasero il mondo insieme ai loro soldati. Qui in Italia, nel dopoguerra, si tentò di rinascere, come nell’industria, con canzonette dalle rime “amore-cuore”, ma sovente scritte da signori musicisti, da cantare in lambretta o nei sovraffollati e caotici pic-nic all’italiana. Anche questa moda cadde sotto i colpi del ‘68 con un’altra rivoluzione culturale. Dal messaggio politico ed impegnato, si passò ai poeti cantautori, fino alle band più o meno famose.

Un caro amico che bazzica nella musica giovanile mi ha tramortito rivelando a me, che sono sempre l’ultimo a saperlo, ciò che sanno ormai anche ai muri, e cioè che alcune canzoni (si riferiva all’ultimo Sanremo) sono state prodotte dall’intelligenza artificiale. Non ci credo. Non è possibile.

Anni fa, avevo avuto notizie che al Conservatorio di Torino, alcune prove di composizione vengono prodotte in smart working da casa con a disposizione il computer e il sintetizzatore. Sarà vero?

Non sono tra coloro che si stracciano le vesti di fronte all’avanzare delle nuove tecnologie invocando: “Una volta era meglio”. Certo, penso con nostalgia ai miei esami di composizione, chiuso in una stanza a chiave, al secondo piano di Piazza Bodoni, con una matita, una gomma ed alcuni fogli pentagrammati, in compagnia solo di un pianoforte a mezza coda, che per andare in bagno dovevo bussare alla porta e farmi accompagnare da un bidello, per paura che potessi copiare (e da chi?).

Nessuno mi potrà mai negare la gioia interiore, quella che ti fa scoppiare il cuore, di sedermi sul mio piccolo balcone e ammirare un tramonto di fuoco di un sole stanco che si va a coricare dietro le creste del Monviso, ed aspettare con calma che nel cielo si accendano le stelle, ma una alla volta, per non farmi impazzire dalla meraviglia.

Allora nessuna intelligenza artificiale mi impedirà di intonare sottovoce, per non disturbare l’usignolo che ha fatto il nido presso di me e che ogni sera con me intona il Cantico Laudato sii “o mio Signore, per messer Frate Sole, laudato sii, o mio Signo- re, per sora Luna e le Stelle: in cielo le hai formate limpide, belle e preziose”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Massimo 1000 numero di caratteri ancora disponibili