Lettere e Opinioni
29 Luglio 2026
l’analisi di STEFANIA CAUDANA

Vinceremo l’IA con l’imperfezione

L’intelligenza artificiale scrive testi, crea immagini, risponde a domande complesse e svolge in pochi secondi attività che richiederebbero ore di lavoro umano. Di fronte a questa rivoluzione tecnologica, una domanda si fa sempre più insistente: l’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo?
Forse la vera questione è un’altra. Mentre ci interroghiamo su ciò che l’AI sarà capace di fare, sembriamo sempre meno interessati a comprendere ciò che rende umano l’essere umano.
Viviamo in una società che misura, valuta e confronta. A scuola conta il voto, nello sport la prestazione, nel lavoro il risultato. Gli standard si alzano continuamente e la sensazione di non essere mai abbastanza diventa esperienza comune. Questa pressione non riguarda solo gli adulti: si trasmette ai ragazzi, che crescono imparando a giudicarsi prima ancora di imparare a conoscersi.
Eppure una domanda fondamentale rimane spesso senza risposta: siamo ancora capaci di fermarci e chiederci come stiamo davvero?
Sappiamo ascoltare ciò che proviamo?
E sappiamo farlo con le persone che abbiamo accanto — figli, partner, genitori, amici, colleghi?
Sempre più spesso cerchiamo all’esterno le cause del nostro disagio. La colpa è del lavoro, della crisi economica, dei social network, dell’intelligenza artificiale. Più raramente rivolgiamo lo sguardo verso noi stessi.
Nel lavoro clinico accade ogni giorno di incontrare persone che arrivano portando il peso di un fallimento, di una perdita o di una crisi. È proprio in quei momenti che emerge un aspetto spesso dimenticato: la fragilità non è soltanto una condizione da eliminare, ma può diventare una risorsa.
Il limite, anziché rappresentare una condanna, può trasformarsi in un’occasione di conoscenza e cambiamento.
Per questo motivo il dibattito sull’intelligenza artificiale rischia talvolta di essere fuorviante. Le macchine saranno probabilmente migliori di noi in molte attività: più veloci, più precise, più efficienti. Ma ciò che ci rende unici non coincide con la perfezione.
Anzi, è proprio il contrario.
Noi riconosciamo le cose attraverso le loro imperfezioni: una crepa, una macchia, un graffio. Sono i dettagli che le rendono distinguibili da tutte le altre. Lo stesso vale per gli esseri umani. Le nostre contraddizioni, le nostre fragilità, i nostri errori raccontano chi siamo molto più dei nostri successi.
Forse, allora, la sfida del futuro non sarà competere con l’intelligenza artificiale sul terreno dell’efficienza. Sarà piuttosto recuperare il valore dell’imperfezione, imparare a riconoscere il limite non come un difetto da nascondere, ma come una caratteristica che ci definisce.
Se avremo il coraggio di guardare quelle zone d’ombra, di riconoscerle e condividerle, non avremo motivo di temere l’era dell’AI. Perché ciò che rende umano l’uomo non è la sua perfezione, ma la sua capacità di trasformare le ferite in significato, le crisi in crescita e il limite in possibilità.

Psicoterapeuta analista, ricercatrice dell’Istituto di Psicologia Individuale Alfred Adler di Torino

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